Ogni opera di Bernarda Visentini nasce da un processo che comincia con la vista, con il contatto immediato: è infatti nei suoi numerosi viaggi, spesso in luoghi remoti legati a culture antiche, che l'autrice "fotografa con lo sguardo" i manufatti del passato, i simboli impressi nella pietra, i decori delle ceramiche, le forme che raccontano di riti intensi, significativi, eppure dimenticati. Non si tratta di una riproduzione, nè tanto meno di un'appropriazione, ma di un interesse fecondo. La sua memoria diventa archivio, e l'atto artistico, poi, è rielaborazione lenta. Il risultato è un tipo di scultura estremamente materica, in cui convivono natura e contemporaneità, gestualità atavica e riflessione moderna. Il materiale prediletto è il cemento, non solo per le sue proprietà plastiche, ma anche per ciò che rappresenta: è la sostanza della città moderna, con esso si costruiscono strade, palazzi; è l'impronta più evidente dell'uomo sul paesaggio primigenio, una metafora dell'attuale. La Nostra lo tratta come fosse argilla sacra, lo modella con pazienza, incide, colora. In questo dialogo costante tra le ere si inseriscono tecniche arcaiche come il graffito, che l'artista utilizza per imprimere segni, trame, cicatrici visive sulle superfici. Perfino la colorazione segue una logica ancestrale: vengono infatti applicati non pigmenti sintetici, bensì naturali. La concezione intellettuale di Visentini divulga quindi come una valutazione attenta sul presente e sulle sue mancanze. Secondo il Maestro la nostra epoca ha senza dubbio conquistato grandi traguardi tecnologici, ma progressivamente ha perso la capacità di osservare, di ascoltare, di riconoscere il sacro nella vita quotidiana. Un tempo le civiltà antiche integravano arte, rito e spiritualtà in ogni azione; oggi, questi argomenti sono frammentati, relegati a spazi chiusi o privati. Il ruolo che l'artista si è dato è dunque quello di immettere questi valori nel tessuto visivo, dando forma a lavori che non siano asservimenti all'oggetto bensì che abbiano un'incidenza concreta. Per questa ragione al centro della sua pratica rimane la manualità. Il fare con le mani non è, comunque, una scelta nostalgica, ma una necessità: ogni gesto scolpisce e, allegoricamente, ri-conosce. In un'intervista l'autrice ha sottolineato d'altronde quanto l'atto sia intriso della sua stessa persona: "deve esserci una risonanza tra quello che vedo, quello che sento, quello che scrivo e quello che faccio". In questo cammino simbolico tornano figure archetipiche come la Grande Madre, innalzata a emblema di generazione, nutrimento, forza e protezione. Accanto a lei vengono indagate frammentazioni universali che diventano codici per raccontare la vita e il suo ciclo. I totem e, in particolare, il seme, occupano un posto centrale della disamina. In quest'ultimo si concentrano i temi della potenzialità, della promessa, della trasformazione. Ad esso infatti dedica Seme, la scultura oggetto di trattazione. Tale lavoro, realizzato in cemento, colpisce per la sua presenza imponente ma al contempo non imperante, di cui la superficie è uno dei dettagli più espressivi. Essa non si esplica liscia, ma attraversata da una rete di striature verticali, linee che narrano il processo stesso del modellamento. Il materiale così plasmato assume un aspetto organico, quasi vegetale, proponendo un'energia interna pronta a germogliare. L'opera, seppur solida, appare allora viva, come se contenesse un movimento indecifrabile. Al centro della massa è collocato un vuoto a forma di goccia che non è una ferita, ma uno spazio sacro, interno. L'apertura si estende dalla parte superiore quasi fino alla base, senza però mai tagliare del tutto la composizione: questo ingrediente rafforza l'idea di una corrente trattenuta, costodita. Il vuoto è quindi un segno positivo, un elemento che invita a un raccoglimento spirituale. I bordi di questa breccia sono dolcemente arrotondati, scolpiti con meticolosità per fondersi con il corpo dell'opera. Nulla è spigoloso, nulla è violento. L'intera struttura richiama quella di un seme ingrandito. Guardandola si percepisce un senso di attesa, come se qualcosa stesse per avvenire. La Nostra ha coniato il termine "Archeosculture" per definire le sue creazioni: queste manifestano già dal nome l'unione di "archeo", che rimanda alle civiltà del passato e "sculture", ovvero l'espressione scelta nella sua indagine artistica. Ogni dettaglio, parimenti a quanto attestato nelle rappresentazioni delle popolazioni prima dell'invenzione della scrittura, è pensato per evocare senza descrivere, per lasciare intendere piuttosto che imporre. L'osservatore è chiamato non solo a guardare, ma, soprattutto, a sentire. In questo la sua poetica può essere accostata a quella di Barbara Hepworth, per la quale la presitoria è un potente spunto creativo. Le conformazioni, i monumenti megalitici e l'arte rupestre stimolano la sua indagine di essenzialità e armonia. In essi il Maestro di Wakefield nota un legame diretto tra uomo, natura e trascendenza, concezioni che traduce nelle sculture astratte misteriche. Discorso similare può essere svolto per le realizzazioni di Visentini, che sono manufatti ideati per possedere un etimo aniconico informale e rilevare così, sottovoce, i loro significati a chi sa fermarsi, a chi ha un minuto per non passare oltre e prestarsi all'ascolto.
ATLANTE DELL'ARTE CONTEMPORANEA, sez. INTERNAZIONALE, pag. 264 - Ed. Start Group Corporate Member of The Museum of Modern Art - MoMA e Giunti